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Stavolta, come tante altre volte, toccava proprio a noi. Una gamba da una parte e una dall’altra e una lunghissima fila di foglie mescolate alle nocciole nel mezzo; sotto, per ripararci dall’umidità, un pezzo di cartone, su cui sedevamo come fosse un trono. Sappiamo che ci avremmo impiegato uno o due mesi, ma ormai ci avevamo fatto l’abitudine.
Alzarsi quando è ancora quasi buio, ha i suoi bei vantaggi: non c’è nessuno in giro, tolte le zanzare; si sentono solo i rumori delle foglie che scrocchiano sotto le mani e qualche uccello che litiga col vicino.
I noccioli grondano acqua dalle foglie, dopo una notte soffocante. Com’è fresco il campo!
Il mondo si sta risvegliando.
Il sole sbuca silenzioso sulla sinistra e qualche raggio più coraggioso passa fra le foglie; è un tripudio di gioia, quando vedo che le accarezza dolcemente i capelli.
Riprendiamo nel tardo pomeriggio: fa troppo caldo, prima.
Finalmente arriva l’imbrunire, tanto atteso. Sono le ginocchia doloranti, o è la schiena?
Il giorno dopo andammo nella casa dei suoi: c’era da piastrellare il pavimento della cucina e il muro tutt’attorno al lavello, possibilmente in fretta, perché lui doveva andare nella sua Rimino, a far le ferie.
“…e non vogliamo pitturare le porte?”, diceva lei.
“Va bene, facciamo ancora questo sforzo…”
Dopo alcuni giorni, potemmo, finalmente, tornare alle nostre nocciole.